Il difetto sta nel guardare al settore solo come produttore culturale, il che ne giustificherebbe l’abbandono alla libera competizione fra protagonisti, mentre è il volano di una parte, non piccola, dell’economia nazionale-da quella produttrice di beni e di servizi a quella del tempo libero e turismo- che attorno ad esso ruota.
I 250 mila lavoratori (artisti, autori, tecnici, truccatori, agenti, amministratori) e le 6 mila imprese – peraltro divisi, gli uni e le altre, in una miriade di organismi di rappresentanza, secondo prassi corporativa – sono, in sé, meritevoli di rispetto e attenzione.
Ma a creare ricchezza e occupazione sono (anche e soprattutto) i costruttori di impianti audio, video, luci; le società di produzione e di noleggio delle attrezzature e dei costumi, di trasporto, di facchinaggio, di pulizia; gli allestitori di spazi all’aperto, la ristorazione legata agli eventi (un esempio per tutti: gli spettacoli all’Arena di Verona e in altre città) e via elencando.
Estensione dello Statuto delle Piccole e Medie Imprese a quelle dello spettacolo; accesso al credito agevolato; agevolazioni per lo sviluppo, attraverso la defiscalizzazione e la detrazione per chi investe; creazione di strumenti a difesa dell’occupazione e di ammortizzatori sociali; applicazione della sentenza dell’Antitrust contro «l’illecito comportamento della amministrazioni pubbliche locali» che realizzano «direttamente il prodotto culturale anziché sostenerne la fruibilità sul territorio».
Fonte: www.corriere.it